Trébbio: Antico insediamento

del territorio di Costacciaro

di Euro PULETTI

bassorilievo1 300x192 Storia del Trebbio

Bassorilievo d’arte romanica od altomedioevale, proveniente, con ogni probabilità, dall’antichissima chiesa di San Michele Arcangelo di Trébbio (secoli XI – XIII)

 

Il toponimo Trébbio designa un’area collinare, che si estende, ad una altitudine media di circa 520 m s.l.m., fra boschi di quercia e valloncelli incassati, a Nord-Ovest di Costacciaro, oltre il torrente Chiascio Grande.

Dal punto di vista dell’insediamento umano, la località Trébbio rappresentava, nel Medioevo (quando doveva essere, almeno parzialmente, in mano all’antichissima e nobile famiglia costacciarola dei De Guelfonibus), quasi un fortino, naturalmente difeso, dalla Fossa Amara a Sud, dalla Fossi Checchi, ad Sud-Ovest, dal Torrente Chiascio Grande a Nord-Ovest, Nord e Nord-Est. Dominato dall’altura del Col Sant’Angelo (m 602 s.l.m.), la località Trébbio si articolava in alcuni vocaboli rurali: i cosiddetti “Trébbi”, di cui il più elevato in altitudine era quello di “Trebbio di sopra”, “Trebbio 3°”, o “Fregnìlla” (m 591 s.l.m).

Geologicamente, l’area è ricompresa nella formazione Marnoso-arenacea; l’orizzonte vegetazionale può essere assimilato a quello dell’orno-ostrieto, nel quale, le essenze arboree dominanti, sono quelle dell’Orniello (Fraxinus ornus) e del Carpino nero (Ostrya carpinifolia).

Nell’area di Trébbio e nelle zone, confinanti, del Bigello e della Scassajjòla, a sud, e della Pettinara, a nord, ma specie lungo il corso del Torrente Fossa Amara, o Fossa del Mignone e Chiascio Grande, vegetano essenze botaniche piuttosto rare e pregiate. Fra esse vanno, senz’altro, segnalate la Pervinca minore (Vinca minor), il Pioppo grigio (Populus canescens), il Carpino bianco o, dialettalmente, “Carpine gentile” (Carpinus betulus), il faggio (Fagus sylvatica) a bassissima quota e la rara orchidea Elleborina di Palude (Epipactis palustris), insolitamente vegetante lungo le sponde del Torrente Chiascio Grande. Altre significative orchidee, presenti nell’area di Trébbio, sono Orchis coriphora ssp. fragrans, Dactylorhiza maculata, Dactylorhiza fuchsii e Listera ovata.

Per ciò che concerne le più significative  presenze faunistiche, già esistenti nell’area finitima a quella di Trebbio, occorre ricordare come il defunto contadino Angelo Ragnacci, detto “Il Mignone”, segnalasse verbalmente allo scrivente, anni or sono, la presenza della rarissima Lontra (Lutra lutra), fino, almeno, agli anni Cinquanta del Novecento, nel tratto di Torrente Chiascio Grande prossimo alla confluenza con la Fossa Amara, o “Fossa del Mignone”, e con il Fosso Chiasciolo.

Il più antico documento archivistico, a noi noto, che allude, anche se indirettamente, alla località Trebbio di Costacciaro e, direttamente, al suo vocabolo rurale di Barbiano, risale all’anno 1226, quando Oddo e Armanno Guelfonis danno in enfiteusi a Benedictolo di Vivolo, per due parti, e a Salvolo di Forte, per una parte, la metà di un manso e tenimentum, situato in Barbiano (Armanni I B 15, c. 16r).

Uno dei più antichi documenti archivistici che ci parli, questa volta direttamente, del territorio di Trebbio, luogo di remoto insediamento umano, perché situato nei pressi del valico d’un importante asse viario, è datato al marzo del 1307. Esso attesta la cessione in affitto d’un pezzo di terra, nella Villa di Trebbio, in Comitato Eugubino, nel luogo denominato Barbiano, da parte di Nello e Zuzio, figli di Pietro di Ermanno (o Armanno) Guelfoni, ad Acorbolo Partis della Villa di Collalto. «Dnus Nellus et Zutius, filli q. dni Petri dni Hermanni [De Guelfonibus] iure hemphiteusim dederunt Acorbolo Partis de Villa Colalti “petiam terre in Villa Tribij Com. Eug. Ubi dicitur Barbiano”» (ASG. Fondo Arm. I-B-15, c. 11). Il toponimo Barbiano è un chiaro nome prediale d’origine romana, probabilmente indicante il più antico possessore del predio agricolo di Trebbio, il quale dovette chiamarsi *Barbius. Nello (o Nallo) di Pietro di Ermanno (o Armanno) dei Guelfoni di Costacciaro fu il più importante uomo politico cui Costacciaro stesso dette i natali, nel corso della sua plurisecolare storia. Nel 1302, infatti, Nello Guelfoni fu Capitano del Popolo di Firenze e, nel 1333, Podestà della stessa città. Nel 1302, Nello inviò anche alcune lettere di bando, una delle quali era indirizzata a Dante Alighieri. I Guelfoni Oddo, Ermanno, Nello e Zuzio risultano, dunque, essere stati i primi proprietari terrieri, storicamente accertati, della Villa di Trebbio, nella Curia del Castello di Costacciaro.

Un più diffuso ed intenso insediamento umano nell’area è, però, storicamente attestato solo a partire dal secolo XV, quando, l’allora Villa Trebbi, faceva parte integrante della curia del castello di Costacciaro e comprendeva, all’interno del suo territorio, i seguenti vocaboli rurali: La Valle del Sorbo, Collis Carboni, Tandéto (o Tandenéto), Valbonàte, Vallapóne. L’unico toponimo superstite fra quelli sopra elencati parrebbe essere La Valle del Sorbo, forse oggi identificabile col microtoponimo La Valle. Mi è stato riferito come, in questo luogo, fosse un tempo pratica assai comune quella di piantare alberi di Sorbo domestico. Non si può però escludere che l’antico toponimo designasse una vallecola in cui, ancor oggi, vegeta rigoglioso un Sorbo domestico certamente plurisecolare, che forse già esisteva attorno al 1400. Anche un altro albero di simile età pare vegetasse, sino a circa cinquant’anni or sono, nell’area di Trébbio.

“Il Gran Sorbo di Trébbio”

sorbo 225x300 Storia del Trebbio

Uno dei primi abitanti di Trébbio di cui, a mia scienza, ci sia giunta memoria tramite un documento d’archivio, datato 14 settembre 1422, è… «Giovanni di Antonio di Cicco detto Delabate, della villa di Trebbio [il quale] approva ciò che è stato fatto da Giovanni di ser Antonio dinnanzi a qualsiasi giudice, e avanti al vicario del signore di Gubbio per una sentenza di ser Angelo di Battista, capitano di Costacciaro ad istanza di Puccio di Nocera, e gli rinnova il mandato di procura».

Un altro abitante di Trébbio, citato da documenti d’archivio, fu Petrus Paulus Antonii de Trebio (31 gennaio 1474). A Trébbio di Costacciaro, o nei suoi contorni, esisteva, nel secolo XV, un predio agricolo (variamente denominato), che dovette essere di proprietà dell’importante famiglia costacciarola dei Carbone, dalla quale fu generato Lodovico Carbone, un grandissimo umanista del secolo XVI: Collis Carboni, Colle Carbone; La Valle de Carbone (a. 1476).

Erano forse i Carbone originari di Trébbio? È impossibile, per ora, dare risposta a tale quesito storico, a causa della mancanza d’ulteriori prove documentarie. Si può, però, ragionevolmente supporre che, a Trébbio, i Carbone avessero proprietà fondiarie.

Un atto giuridico notarile, relativo a fatti avvenuti nell’anno 1339, ma esemplato, nel 1405, da tre giuristi eugubini, elenca i confini del castello e della curia di Costacciaro (Castrum et Curia Costaciarii); ebbene, uno di tali termini iniziava da una oggi non meglio identificabile chiesa di Sant’Angelo della Torre: «[…] Incipit ab ecclesia Sancti Angeli de Turri […]». Questa «Ecclesia Sancti Angeli de Turri» potrebbe essere identificata con l’ormai diruta chiesa di San Michele Arcangelo di Trébbio, mentre la citata torre potrebbe essere stata quella, databile all’anno Mille, che sorgeva, un tempo, lungo il Torrente Chiascio Grande, in località Palazzo Fantozzi, dimora, quest’ultima, che nacque, in origine, come casa di caccia di stile veneto.

Verso il 1573, il chierico e cartografo eugubino Ubaldo Georgii portò a compimento la sua celebre Carta della Diocese della Città di Ugubbio,commissionatagli, nella seconda metà del 1500, dall’allora Vescovo Mariano Savelli. In essa carta figurano, bene riportate, le varie ville di Costacciaro. Fra di esse, risulta, altresì, la villa di Trebbio, o “villa di S. Angelo di Trebbio”, com’era già definita nel XV secolo.

Nella cartografia si indicano, infatti, in maniera chiara, le ville di la Costa S. Savino, Pie della rocca e col de canali, Col Martino, Scasaiola, Col alto, Isola, Rancana e, quel che più ci interessa nella presente indagine, Trebbio.

Se i secoli XIV, XV e XVI sono quelli dai quali ci sono pervenute attestazioni storiche inequivocabili circa la presenza di un insediamento rurale nell’area in esame, altre prove, legate, volta a volta, alla toponomastica cartografata ed alla microtoponomastica di fonte orale, ci inducono a retrodatare l’epoca di insediamento umano a Trébbio sino, forse, ad epoca altomedioevale.

Mi riferisco al toponimo Col Sant’Angelo (o, popolarmente, Toppo de la Patatìna),che ci segnala la probabile antica presenza, sulla cima dell’altura così denominata, di un’antica chiesa dedicata all’Arcangelo S. Michele, i cui primi documenti in nostro possesso fanno risalire al secolo XIII; se ne parla successivamente nei secoli XIV e XV. Da quanto rilevato in una visita canonica vescovile del 1640, apprendiamo, che, al suo interno, vi era un dipinto raffigurante San Giovanni Battista, la Madonna e San Michele Arcangelo. Alla fine del 1700, la chiesa dipendeva dall’antica e importante abbazia emiliana di Nonàntola.

Interessantissima, in una ricerca archivistica di Fabrizio Cece, la notizia relativa alla giurisdizione della chiesa extraurbana costacciarola di San Michele Arcangelo di Trebbio dalla famosa abbazia longobarda di Nonantola (lo dice, d’altronde, come si è appena visto, anche il Menichetti) ed il fatto che, ad un certo punto della sua storia, l’edificio sacro risultasse… “in Diocesi di nessuno”, benché ben inserito nel cuore pulsante della Diocesi eugubina.

Nel tomo I, di G. TIRABOSCHI, Storia dell’augusta Badia di S. Silvestro di Nonantola, Tomo I, Modena 1784 (il Tomo II -Diplomatico-, è edito in Modena nel 1785), in corrispondenza del brano di p. 443, si legge:

… “Tre semplici benefici dipendenti dalla Badia sono ancora nella stessa diocesi (Gubbio), quelli di S. Giovanni, e di S. Lorenzo, accennati poc’anzi nel parlare di Sassoferrato, e di S. Angelo di Trebbio picciola villa poco lungi da Costacciajo, e che è forse quello stesso, che nel documento del MCXXVIII*, si dice Pieve di S. Angelo in Clandida; oppur quello, che nella Bolla di Celestino III** è detto S. Angeli in Casale. Questo beneficio però è ora di collazion pontificia, ma anche nell’ultima Bolla spedita l’anno MDCCLXXIX a favore del sacerdote Pier Sante Bonanni, che ora è nel possesso, si esprime, che esso è jurisdictionis pro tempore existentis Abbatis Commendatarii S. Silvestri Terrae Nonantulae. Su queste e sulle altre chiese, che ancor rimangono alla Badia nella Diocesi di Gubbio e di Nocera, hanno comunemente gli Abati Commendatari esercitata la loro giurisdizione per mezzo di alcun de’ Vescovi circonvicini, i quali reggevanle, come si dice, jure delegato. Ora la loro amministrazione è commessa a un Vicario Generale a tal fine nominato dall’odierno Abate Commendatario, cioè a Monsignor Cingari Vicario Generale di Cagli.” Vi è un carteggio in “Relazioni ecclesiastiche” intitolato: “Cagli – Cingari mons. Alfonso Vicario Generale”, che spazia fra gli anni 1780 – 1826.

Il luogo di culto cessò di essere officiato, e fu definitivamente esaugurato, nel 1805, forse a causa dello stato d’abbandono in cui versava. Del sacro edificio, fino a forse un secolo fa, stando ad alcune testimonianze di persone ormai defunte, si sarebbero conservati alcuni frammenti di bassorilievi, di tipologia altomedioevale, ricavati da pietra arenaria. Uno, in particolare, doveva rappresentare una figura umana a braccia levate, nell’atto di pregare o di stringere nelle mani un tralcio di vite. Si sarebbe, in particolare, visto ancora bene il dettaglio di due foglie, una alla destra ed una alla sinistra del personaggio effigiato, sul cui capo si sarebbe, poi, notata una linea arcuata, che poteva raffigurare, schematicamente, i capelli. Al di sotto delle due mani del personaggio, si sarebbero situati altri due fregi floreali, o, meglio, “foliari”, e, alla sinistra del personaggio principale, si sarebbe “intuito”, racchiuso in un girale di vite, un secondo volto umano. Interessante sarebbe stato anche un fregio scultoreo, a tortiglione, che avrebbe incorniciato l’intero bassorilievo (relata refero).

L’intitolazione della chiesa all’Arcangelo San Michele, un “santo guerriero”, che è tradizionalmente raffigurato nell’atto di lottare con la spada contro il demonio, mi porta a ritenere che la chiesa primitiva possa essere stata fondata sotto l’influsso della cultura langobarda, la cui marziale società nutriva per San Michele Arcangelo una speciale venerazione fra tutti i Santi, insieme a quella che manifestava per San Savino e San Martino.

Così scrisse, sul più importante tempio sacro mai esistito nella località rurale di Trebbio, il valente e compianto storico eugubino Piero Luigi Menichetti, alla pagina 53 della sua opera Storia di Costacciaro (Castrum Costacciarii), Tipolitografia Rubini e Petruzzi,  Città di Castello, 1984: “Chiesa di S. Angelo di Trebbio o di S. Michele Arcangelo. Era lunga passi 16 e larga 6. Se ne parla nel 1295, 1343, 1416. Nel 1640, riferisce la Visita Pastorale, vi era un dipinto raffigurante S. Giovanni Battista, la Madonna, S. Michele Arcangelo. Nel 1870 dipendeva dall’Abbazia di Nonantola. Nel 1805 fu sospesa, forse per le precarie condizioni”.

È stato riscontrato come, specie nell’Italia meridionale, i santuari e le chiese consacrati al culto di San Michele Arcangelo sorgessero di preferenza in contiguità con luoghi ove, precedentemente, sorgevano templi pagani o loro vestigia.

Oltre a quello citato, nella zona in esame vi sono anche altri microtoponimi che sembrerebbero potersi ascrivere all’influenza della civiltà langobarda. Fra essi, vi è senz’altro La Baldìna, che trae forse origine da Bald, nome proprio (o segmento di composizione nominale) d’origine germanica, e Vallapóne, forse riconnettibile al personale langobardo Lupo-Luponis (o, germanico *Appo-Apponis), fusosi in sintagma col geonimo ‘valle’. Anche per Tandéto si può supporre, seppure più arrischiatamente, un’origine germanica, ricollegandolo forse al fitonimo Tann, ‘abete’, ma in origine anche ‘quercia’, in seguito a dissimilazione di -nn- in -nd- e successivo ampliamento del tema col suffisso collettivo -eto, assai frequentemente impiegato per indicare formazioni boschive varie (‘querceto’, ‘castagneto’, ‘faggeto’, etc.).

L’abete bianco (Abies alba Mill.) era essenza arborea abbastanza frequente nel territorio dell’Italia peninsulare appenninica sino ad almeno tutto il Medioevo, quando vegetava spesso in associazione col faggio.

Quanto al toponimo Vallapóne o Vallopóne, esso designava un’area in cui doveva sorgere uno dei più antichi e misteriosi castelli del comitato eugubino, le cui più remote attestazioni paiono risalire addirittura ad epoca carolingia.

A Trébbio esisteva anche la chiesa di Sant’Andrea, la cui prima testimonianza documentaria pare rimontare al secolo XV. La memoria di tale misterioso manufatto d’edilizia religiosa non ci è conservata più nemmeno dalla microtoponomastica locale, ma l’antico edificio sacro poteva forse identificarsi con una parte, almeno, dell’antico casolare di Trébbio 3°, al cui interno mi fu riferito esistere un piccolo altare, una “pietra scritta”, ed un’area cimiteriale, la più parte della quale corrispondeva al sotterraneo della stessa casa (si diceva, in particolare, della parte sottostante al pavimento), ma che s’estendeva lungo la finitima scarpata, ben oltre l’abitazione.

Un’altra località di Trébbio è detta San Filippo, o, dialettalmente, San Felippo, ma, quest’ultimo agiotoponimo, per altro meno antico dei precedenti, non pare riconnettersi ad alcuna costruzione sacra. Il giorno di sabato 22 giugno 2002, a Trébbio San Felippo rinvenni, del tutto casualmente, sulla superficie del terreno tre piccole scorie di fusione.

Una carta della diocesi eugubina, ricostruita sulla base del resoconto del pagamento delle decime (Rationes Decimarum Italiae) dall’anno 1295 al 1334, mostra come, in quello spazio di tempo, nella zona di Trébbio, esistessero due chiese. La prima, designata dal toponimo Col Sant’Angelo era chiaramente quella di San Michele Arcangelo e la seconda, indicata col toponimo Trébbio, deve a mio avviso essere fatta coincidere con quella di Sant’Andrea e ciò anche a causa della sua ubicazione geografica, che risulta essere, grosso modo, quella dell’ormai diruto casolare di Trébbio 3°.  La casa contadina di Trebbio 3°, la più elevata in quota fra tutte quelle storicamente esistenti a Trebbio, sorgeva a 591 m s.l.m. Di essa  esistono alcune foto, relative all’anno 1991, scattate da un bravo fotografo. A quella data, i muri erano ancora tutti in piedi, mentre il tetto era completamente crollato.

Vi sono poi degli altri elementi, i quali, per quanto ipotetici ed eterogenei possano risultare, concorrono senz’altro a far postulare l’esistenza dell’insediamento di Trébbio già in epoca umbra.

Il primo ci è fornito ancora una volta dalla toponomastica che, nello stesso termine Trébbio, rintraccerebbe una base treb-, significante, in antico, ‘casale, costruzione, casa, abitazione’, e, dunque, per estensione, probabilmente anche un ‘insediamento umano stabile’.

Altra plausibile ipotesi è che il toponimo Trébbio derivi dal latino trivium, ‘trivio’, ‘crocicchio di strade’ (si ricordi che Trébbio sorse lungo un’antichissima via per Gubbio). Come è ben noto i crocevia, nel mondo pagano, erano considerati luoghi sacri. In un documento eugubino del XII secolo, si parla dei confini del territorio d’un signorotto feudale, fra questi si cita la località Trivio, che, forse, e sottolineo il forse, corrisponde al nostro attuale Trébbio.Dallo studio attento delle Tabulae Iguvinae è emerso come una delle porte dell’arcaica cinta muraria della Gubbio umbra si chiamasse Trebulana o Treblana. Ora, alcuni insigni studiosi, fra i quali spicca il linguista Giacomo Devoto, hanno pensato che la forma aggettivale trebulana si riferisse all’orientazione di tale arcaica porta, dalla quale forse si dipartiva un asse viario che si dirigeva verso l’odierna località costacciarola Trébbio.

Se così fosse, Trébbio si rivelerebbe essere stata una località importante già in epoca umbra.

Alcuni microtoponimi locali, stando a quanto postulato dallo studioso di antichità italiche Gerardo Maruotti, potrebbero poi essere fatti risalire proprio a tale epoca preromana. Fra essi spicca La Spina, nome del casolare di Trébbio 1°, o Trébbio di sotto, che stando sempre al Maruotti, nelle Tavole Eugubine indicava una colonna sacra ed appuntita all’apice, attorno alla quale si svolgevano cerimonie religiose. Nei pressi della località La Spina si snoda poi l’incassato corso di un bel fosso: La Fossa Amara o del Mignone; ed una fossa, sempre a detta del Maruotti, le Tavole Eugubine descriverebbero nella stessa cerimonia in cui compare la medesima “sacra spina”.

Secondo la tradizione orale popolare, poi, presso la località Trébbio San Felippo (o Pompei o vennero inopinatamente alla luce dei manufatti in pietra calcarea ritenuti generalmente delle acquasantiere, ma, da altri, interpretate come delle are pagane, dotate, come si dice fossero, di un foro di scolo per il sangue delle vittime sacrificali. Sul prospetto d’uno di questi manufatti taluno, avrebbe voluto, forse un po’ troppo fantasiosamente, ravvisare l’iscrizione dedicatoria «Michaeli» (= ‘a Michele [Arcangelo]’) o «M. Arch.» (= ‘Michele Arcangelo’). Dalla descrizione fàttane, mi pare che i contenitori lapidei in questione possano essere meglio ascritti alla categoria del fonte battesimale dei primi secoli dell’Era Cristiana, epoca in cui, generalmente, si prevedeva il battesimo per immersione. Ora, è assai probabile che la pieve rurale di San Michele Arcangelo di Trébbio (che, come si ricorderà, aveva una pala d’altare raffigurante San Giovanni Battista) fosse fornita di fonte battesimale, come è ugualmente probabile che ce l’avesse l’Abbazia di Sant’Andrea Apostolo de Insula filiorum Manfredii (l’attuale Badia).

Le Tavole Eugubine ci attestano, inoltre, il culto per un dio misterioso denominato Trebu.

Nei pressi di Trébbio 3° pare venisse poi casualmente alla luce anche una vaschetta in “pietra viva” di misteriosa finalità.

In seguito ad una ricerca da me effettuata, attingendo alla viva voce di alcuni ex agricoltori, residenti un tempo nell’area di Trébbio o nelle sue immediate vicinanze, ho registrato, per tale zona, la presenza dei seguenti toponimi e microtoponimi: Trébbio 1°, di sotto,o La Spina; Il Casalino; Trébbio 2°, La Casella o Le Caselle; Trébbio 3° o di sopra o Fregnìlla, il Cimitero o La Casa dei Morti; La Baldìna; ’L Toppo de la Patatina; Fossi Checchi; La Valle; La Pianaccia; La Longarina; Le Balzette; L’Alboretello; La Fonte; ’L Fosso dei Campetti; La Lama;’L Toppo de le Cicognole o Cicogne; ’L Pantanaccio; Le Campette; I Fondi; I Ripiani; Val de’ Gatti (forse alludente al Gatto selvatico, Felis sylvestris, o, più probabilmente, al ragguardevole casato eugubino Gatti); La Buga de Casa; ’L Rancaccio; La Piantata; Le Coste; L’Araccia; Fosso dei Fondi; I Balzoni; Costa Ritta (‘costa ripida’); La Piana; ’L Ranco; ’L Ginestrino; ’L Poggio; La Campetta; ’L Campo dei Meli; ’L Campo de la Volpe o Campo Tondo; ’L Trébbio.

Nel 1886, tutti e tre i principali i vocaboli rurali della località Trebbio risultavano di proprietà della ragguardevole famiglia Chemi di Costacciaro: “Trebbio Primo Chemi”, “Trebbio Secondo Chemi” e “Trebbio Terzo Chemi”, restandone fuori soltanto quello di “Trebbio San Filippo”. Successivamente, il territorio di Trebbio passò di mano in mano, finché, ai primi decenni del Novecento, non ne venne in possesso la famiglia di proprietari terrieri dei Fantozzi, che lo sottopose a coltura, tramite i suoi contadini, fino ai primi anni Settanta del XX secolo. Poi, venne, inesorabile, l’abbandono, abbandono, però, che fu efficacemente contrastato, e definitivamente vinto, tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, da intelligenti, abili e coraggiosi agricoltori bresciani, come Giambi Bertola ed altri.  Oggi, a Trebbio, vivono anche dei Veneti, come i giovani Fratelli Pinton, che, provenendo da una zona oltremodo inquinata, innamoratisi pazzamente di queste dolci ed ancora incontaminate colline, distese tra il nascente Fiume Chiascio e la nobile ed antichissima città di Gubbio, le hanno curate e valorizzate, rendendole, quasi, un piccolo Giardino di Eden. Tutti e tre “I Trebbi”risultano, pertanto, oggi, ancora abitati (Trébbio 2°, La Casella, o Le Caselle, da Massimo Bartoletti), coltivati, amati e rispettati tanto e, forse, molto più che in un recente passato.

Come risulta chiaro anche da questo modesto saggio, perfino una località all’apparenza sperduta e di scarsa rilevanza storica mostra di possedere, quando si abbia la volontà di indagarne a fondo le origini, un suo ricco corollario di vicende storiche ed umane, che, se ben messe in luce e rettamente correlate, conducono inevitabilmente a far mutare del tutto il giudizio, spesso frettoloso e superficiale, che frequentemente pronunciamo su realtà di cui quasi nulla conosciamo e che meriterebbero, viceversa, di essere umilmente, ma, incisivamente, esplorate.

Bibliografia Essenziale

  • AA. ,VV., “Magistra barbaritas, I Barbari in Italia”,Libri Scheiwiller, Milano, 1984, pp.145-157.
  • J. Brosse, “Storie e leggende degli alberi”, Edizioni Studio Tesi, Roma 1991, pp. 9 – 11.
  • F. CECE, “Le origini del castello di Costacciaro e le più antiche notizie disponibili sulla chiesa di San Francesco” (ricerca storico-archivistica parzialmente edita), Costacciaro 2006.
  • F. CECE, “Villa Col de’ Canali e le sue chiese: appunti per una storia”(ricerca storico-archivistica inedita), Villa Col de’ Canali 2007.
  • F. CECE, “Le Chiese di Costa S. Savino: dalla seconda metà del Cinquecento alla seconda metà dell’Ottocento” (ricerca storico-archivistica inedita), Costa San Savino 2008.
  • F. CECE, “Le Chiese di Rancana” (ricerca storico-archivistica inedita), Rancana 2008.
  • G. DEVOTO, “Gli antichi italici”, Vallecchi Editore, Firenze, pp. 116 – 117.
  • R. LUPINI, “Storia di Costacciaro. Antica e Moderna – Tradizioni Popolari”, Comune di Costacciaro, A. T. Tipografica, S. Maria delle Mole (Roma), luglio 1999, p. 148.
  • G.Maruotti, “le Tavole Eugubine”, nuovi orizzonti nel contesto storico archeologico toponomastico del mondo antico, Azienda Promozione Turistica Gubbio, Associazione Maggio Eugubino, Gruppo Operatori Turistici Eugubini.
  • P.L. MENICHETTI, Castelli, palazzi fortificati, fortilizi, torri di Gubbio dal secolo XI al XIV, Tipolitografia Rubini e Petruzzi, Città di Castello, 1979, pp.102-103, 135-142, 181-185, 201-202, 232-233, 235-236, 238, 253-255, 294, 315, 328, 331, 370-371, 393.
  • P.L. MENICHETTI, “Storia di Costacciaro (Castrum Costacciarii)”, Tipolitografia Rubini e Petruzzi, Città di Castello, 1984, pp. 28,53,57.
  • P. SELLA [Hrsg.], Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Umbria. – Città del Vaticano (1952).
  • F. UNCINI, Documentazione sui Guelfoni (ricerca inedita).

  

TABULA GRATULATORIA

FONTI ORALI DELLA MICROTOPONOMASTICA

E DI ALTRE TESTIMONIANZE

 

Sig. †Alfredo Marini

Sig. †Angelo Ragnacci

Sig.ra †Annita Paciotti

Sig. Arcangelo Coldagelli

Sig. Eude Facchini

Sig. Fabrizio Cece

Sig. Giambi Bertola

Sig. Giuseppe Pompei

Sig. Guerrino Benedetti

Sig.ri Marco e Daniele Pinton

Sig. Massimo Gambucci

Don Riccardo Fangarezzi

  1. Sig.ra Rosalinda Ceccarelli

Sig. †Terenzio Rossi

 

Documenti

(tratti da 4 approfondite ricerche archivistiche di Fabrizio Cece, condotte dal 2006 al 2008):

  1. F. CECE, “Le origini del castello di Costacciaro e le più antiche notizie disponibili sulla chiesa di San Francesco” (ricerca storico-archivistica parzialmente edita), Costacciaro 2006.
  2. F. CECE, “Villa Col de’ Canali e le sue chiese: appunti per una storia”(ricerca storico-archivistica inedita), Villa Col de’ Canali 2007.
  3. F. CECE, “Le Chiese di Costa S. Savino: dalla seconda metà del Cinquecento alla seconda metà dell’Ottocento” (ricerca storico-archivistica inedita), Costa San Savino 2008.
  4. F. CECE, “Le Chiese di Rancana” (ricerca storico-archivistica inedita), Rancana 2008. 

1226

Oddo e Armanno Guelfonis danno in enfiteusi a Benedictolo di Vivolo, per due parti, e a Salvolo di Forte, per una parte, la metà di un manso e tenimentum, situato in Barbiano.

(Armanni I B 15, c. 16r). 

1295

Attestazione della presenza della Chiesa di San Michele Arcangelo di Trebbio e del pagamento delle decime da parte d’una comunità religiosa locale.

 Pietro Sella [Hrsg.], Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Umbria. – Città del Vaticano (1952). Nel volume viene indicata, per la prima volta, l’esistenza della Chiesa di San Michele Arcangelo di Trebbio, il che testimonia d’una comunità religiosa, ivi presente, che pagava le decime alla Chiesa.

 1307, marzo

Cessione in affitto d’un pezzo di terra, nella Villa di Trebbio, in Comitato Eugubino, nel luogo denominato Barbiano, da parte di Nello e Zuzio, figli di Pietro di Ermanno Guelfoni, ad Acorbolo Partis della Villa di Collalto.

 “Dnus Nellus et Zutius, filli q. dni Petri dni Hermanni [De Guelfonibus] iure hemphiteusim dederunt Acorbolo Partis de Villa Colalti “petiam terre in Villa Tribij Com. Eug. Ubi dicitur Barbiano””.

ASG. Fondo Arm. I-B-15, c. 11.

1343 settembre 23

Impegno a restituire una somma.

Atto stipulato in Gubbio nella villa del Trebbio.

Angelo di Puccio della villa di Collalto e Grazia di Cambio della villa di S. Pietro di Villamagna, comitato di Gubbio, promettono a Pucotto “Florelle” della villa di S. Angelo di Trebbio di restiture un fiorino d’oro.

Archivio Vescovile di Gubbio, I.D.12, pp. 83-84. 

1409, settembre 13

Testamento.

“Testamento di Vanne di Mello di Filippo della Villa di Trebbio nel quale istituì erede Caterina del quondam Vanne della Fratta, sua moglie, e dopo la di lei morte sostituì la cappella di San Giovanni dei frati di San Francesco di Costacciaro”[1].

SASG, Fondo Armanni, III.E.5, c. 195v. 

1422, settembre 14

Approvazione dell’operato di un procuratore e rinnovo del suo mandato di procura.

“Giovanni di Antonio di Cicco detto Delabate, della villa di Trebbio [il quale] approva ciò che è stato fatto da Giovanni di ser Antonio dinnanzi a qualsiasi giudice, e avanti al vicario del signore di Gubbio per una sentenza di ser Angelo di Battista, capitano di Costacciaro ad istanza di Puccio di Nocera, e gli rinnova il mandato di procura”. 

1442, aprile 10

Inventario delle proprietà del fu Nallo Guelfoni.

Possedeva tra l’altro:

-          “unam domunculam actam ad stabulam sitam in dicto castro Costaciarij fines cuius a duobus vie publice ab alijs Andree Baldi de Guelfonibus”;

-          terre a Rancana;

-          “mediectatem unius molendinj macinantis cun certo tenimento terre in flumen Scirche fines totius a primo flumen Sirche ab alio res Andree Baldi de Guelfonibus ab alio via communis ab alio res Insule”;

-          terra nella villa di Trebbio confinante anche con i beni dell’ospedale di San Nicola del castello di Costacciaro;

1478 dicembre 15

Nomina di un procuratore.

Atto nel castello di Costacciaro, nella casa degli eredi di Pietro di Roncione.

Il venerabile uomo religioso sig. Tommaso fu ser Biagio di Gubbio, monaco di S. Croce di Fonte Avellana, diocesi eugubina, e rettore della chiesa di S. Andrea dell’Isola, curia del castello di Costacciaro, comitato di Gubbio, nomina suo procuratore Cecco di Giovanni Abbati di villa Trebbio.

SASG, Fondo Notarile, prot. 94, c. 113v.

1591

“S. Angelo de Trebbio”.

AVG, 19/1 c, c. 4v.

1635, novembre 21

Chiesa di Sant’Angelo di Trebbio.

AVG, 19/4 g, cc. 37r-38r.

1676 marzo 26

Inventario dei beni della chiesa di Trebbio.

“In primis una casa posta nella villa di Trebbio contigua con la chiesa di S. Michele Arcangelo atorno alla quale vi sono mine cinque di terra arativa con una coppa di prato”.

Segue l’elenco di altri pezzi di terra, di diversa natura, posti nei seguenti vocaboli: la casella, la fonte ciappetta, la gineprara, dal cicogna, val vicogna, il Chiascio, cerborello, la valle, il pratello della chiesa. Altri beni sono a Rancana e a Villa Col de’ Canali.

“Le suddette terre e pasture e prati e selve sono della chiesa di S. Michele Arcangelo di Trebbio nella istessa villa e sono beni antighi della detta chiesa”.

SASG, Fondo Corporazioni Religiose Soppresse, b. 448. 

1691, novembre

Sant’Angelo di Trebbio. Beneficio semplice commendato a d. Ascanio Guidarelli. Quadro con l’immagine della Beata Vergine Maria e i SS. Giovanni Battista e Michele Arcangelo.

AVG, 19/6, cc. 239v-240v. 

1692, novembre 7 – 8

Visite pastorali Bonaventura.

Sant’Angelo di Trebbio.

Beneficio semplice commendato a d. Ascanio Guidarelli. Quadro con l’immagine della Beata Vergine Maria e i SS. Giovanni Battista e Michele Arcangelo.

AVG, 19/6, cc. 239v-240v.

[1726][2]

Risposte al questionario inviato a tutte le parrocchie da mons. Sostegno Maria Cavalli vescovo di Gubbio.

“Cap. 1°

In questa Parochia vi sono Chiese num. sette dentro le porte, due delle quali sono soggette a’ Padri di S. Francesco, cioè […]

Di fuori delle porte vi sono chiese n. 13 cioè […]

-          la chiesa di S. Michel Arcangelo di Trebbio nullius Diocesi […]; 

 

1728, gennaio

Inventario della chiesa di S. Angelo di Trebbio “Beneficio semplice annesso alli beni di Nonantola”.

(…)

“Prima in detta Chiesa vi è un Altare solo, et il Quadro è di Legno Ovato dipinto a olio e vi è un’Immagine della Madonna SS.ma di S. Michel’Arcangelo et altro”.

AVG, 11/14, cc. 637r-643v.

 

Fonti bibliografiche 

Trebbio di Costacciaro.

Brano tratto da p. 443, del tomo I, di:

G. TIRABOSCHI, Storia dell’augusta Badia di S. Silvestro di Nonantola, Tomo I, Modena 1784

(il Tomo II -Diplomatico-, è edito in Modena nel 1785).

Capo XV – Delle Chiese del Monastero di Nonantola nella Diocesi di Gubbio e di alcune altre fuori

d’Italia

… “Tre semplici benefici dipendenti dalla Badia sono ancora nella stessa diocesi (Gubbio), quelli di S. Giovanni, e di S. Lorenzo, accennati poc’anzi nel parlare di Sassoferrato, e di S. Angelo di Trebbio picciola villa poco lungi da Costacciajo, e che è forse quello stesso, che nel documento del MCXXVIII*, si dice Pieve di S. Angelo in Clandida; oppur quello, che nella Bolla di Celestino III** è detto S. Angeli in Casale. Questo beneficio però è ora di collazion pontificia, ma anche nell’ultima Bolla spedita l’anno MDCCLXXIX a favore del sacerdote Pier Sante Bonanni, che ora è nel possesso, si esprime, che esso è jurisdictionis pro tempore existentis Abbatis Commendatarii S. Silvestri Terrae Nonantulae. Su queste e sulle altre chiese, che ancor rimangono alla Badia nella Diocesi di Gubbio e di Nocera, hanno comunemente gli Abati Commendatari esercitata la loro giurisdizione per mezzo di alcun de’ Vescovi circonvicini, i quali reggevanle, come si dice, jure delegato. Ora la loro amministrazione è commessa  a un Vicario Generale a tal fine nominato dall’odierno Abate Commendatario, cioè a Monsignor Cingari Vicario Generale di Cagli.”***

Note:

* Il doc. del 1128 è pubblicato nel Tomo II della suddetta opera col n. CCXXXIX.

Si tratta della cessione in livello al priore di Fonte Avellana, da parte di Divizone, abate di S. Severo di Ravenna, della chiesa di S. Abbondio in Lutioli e di altri beni, fra i quali compare anche plebem S. Angeli positam in fundo Clandida.

** La Bolla di Celestino III del 1191, enumera e sancisce i privilegi accordati all’abbazia di Nonantola, e contempla, fra le altre, ecclesiam S. Angeli in Casale cum pertinentiis suis.

Tiraboschi non pubblica la bolla di Celestino, in quanto già trascritta (peraltro in modo scorretto) in appendice agli atti del Sinodo Diocesano del 1688, tenutosi al tempo dell’abate commendatario Card. De Angelis (Synodus Dioecesana Augustae Abbatiae S. Sylvestri de Nonantula … Bononiae MDCXCI).

Egli preferisce, infatti, pubblicare (nel Tomo II, col n. CCCXXIII) l’analoga bolla di papa Alessandro III del 1168, meno esauriente di quella di Celestino, annotando, a piè di pagina, le differenze di questa con quella. Fra le annotazioni si legge: ecclesiam S. Angeli in Casale cum pertinentiis suis, ma non compare la pieve di Clandida.

Per il suddetto raffronto Tiraboschi utilizzò, forse, una delle due copie della Bolla di Celestino ancor oggi conservate in archivio nel fondo Pergamene o, più probabilmente, la copia del 1280 che egli dice di aver reperito alla Estense (Modena).

Tutte e due le copie presenti qui in archivio evidenziano, nello specifico, differenze rispetto al testo proposto da Tiraboschi, quello che si ottiene aggiungendo le note a piè di pagina alla bolla di Alessandro.

L’una, poco leggibile nella prima parte, è una copia di copia autentica del 1306, e riporta, distanziate fra loro: … plebem de Clandida : … (e) ….S. Angeli in Casale

L’altra, meglio conservata, è una copia semplice che, nella parte finale, presenta differenze rispetto la prima e al testo Tiraboschi (sembrano ammanchi di chiese e località dovute ad errore del copista). Nello specifico, essa riporta  solo … plebem de Clandida ….

Per riscontro, nella scorretta versione “De Angelis” si legge … plebem de Candida …. (e) … S. Angeli in Cassorle.

Anche le sei copie secentesche, cartacee, della medesima bolla, conservate in questo archivio, concordano tutte con …plebem de Clandida …(e) … S. Angeli in Casale.

*** Vi è un carteggio in “Relazioni ecclesiastiche” intitolato: “Cagli – Cingari mons. Alfonso Vicario Generale”, che spazia fra gli anni 1780 – 1826.

Per aver gentilmente fornito notizie sulla menzione del beneficio ecclesiastico nonantolano di S. Angelo di Trebbio, in Diocesi di Gubbio, nel volume di G. TIRABOSCHI, Storia dell’augusta Badia di S. Silvestro di Nonantola, Tomo I, Modena 1784, si ringrazia, e sentitamente, il Reverendo Don Riccardo Fangarezzi del Museo Benedettino Nonantolano – Museo Diocesano di Arte Sacra – Archivio Storico Abbaziale – Biblioteca Abbaziale

 

Quesiti su Trebbio rimasti tuttora insoluti

 

Di Fabrizio Cece

Come si è visto, in un documento del 1295 – tratto dalle decime del Sella – si allude, indirettamente, ad una comunità religiosa già impiantata a Ttrebbio. Che comunità? Di Nonantola? Questo è assai improbabile.

Nel 1691 il beneficio semplice era goduto in commenda da d. Ascanio Guidarelli. Chi glielo aveva dato? Di quale ente era proprietario il beneficio semplice? Nell’Archivio Vescovile di Gubbio dovrebbe esservi l’atto di cessione in commenda: da quel documento dovrebbe risultare l’ente proprietario. Sarà stata l’abbazia di Nonantola? Bisognerebbe verificare. Le carte iniziano a farsi “sospette” solo con il 1726, quando la chiesa risulta “sospesa nel vuoto”. Due anni dopo si dice che S. Angelo è beneficio semplice – e questo lo si sapeva almeno fin dal 1691 – “annesso alli beni di Nonantola”. Annesso sì, ma da quando? Tiraboschi ricorda che nel 1779 il beneficio semplice fu concesso a Pier Sante Bonanni. Presso l’Archivio Vescovile dovrebbe esserci qualcosa, se non altro nelle visite pastorali di quello e degli anni seguenti. Occorre verificare. Insomma, sembra di poter dire che, come al solito, la risposta ad un quesito storico deve essere cercata nelle polverose carte degli archivi.

[1] Nell’originale del testamento si specifica: “pro aconcimine et fabricatione capelle Sancti Johannis posita in dicto loco sive ecclesia Sancti Francisci” (SASG, Fondo Notarile, prot. 21, c. 73v).

[2] In realtà il documento non è datato, ma si trova all’interno di una lunga serie di atti datati 1726 riguardanti lo stesso questionario vescovile..

Il Cavaliere del Trebbio

cavaliere 202x300 Storia del Trebbio

Fino a circa il 1960, una stanza del casolare agricolo di Trebbio III° di Costacciaro (già denominato Trebbio Terzo Chemi” nel 1886) mostrava la presenza di un altare di pietra, dietro al quale campeggiava, murata nella parete di fondo, una grande pietra arenaria di forma rettangolare, scolpita in bassorilievo, e con l’immagine, di sapore arcaico, d’un cavaliere. Qualche anno dopo, prima del definitivo abbandono dell’immobile rustico da parte dei contadini, ivi avvicendatasi nella sua abitazione (“Fregnìlla, “Avèlle”, ecc.), vennero i frati francescani di Costacciaro a rimuovere la pietra sacra dell’altare, mentre la casa fu abbattuta e della pietra, col suo rilievo scultoreo (dentro, o dietro, alla quale i contadini immaginavano la presenza di chissà quali tesori), non si seppe più alcunché. Fonti attendibili parlano, dunque, della presenza, fino a circa il 1960, all’interno dello stesso casolare di Trebbio III°, d’un grosso blocco di arenaria, sul quale, poco consunto, ma ancora ben leggibile, compariva il bassorilievo, all’apparenza molto antico, d’un cavaliere, curiosamente descritto come “fantino”.

Potrebbe essersi benissimo trattato d’un vestigio dell’antichissima chiesa di San Michele Arcangelo nell’atto di trafiggere il dragone infernale.
Occorrerebbe rintracciare il manufatto, alfine di fotografarlo bene e poterlo, così, studiare in modo più adeguato. Potrebbe, infatti, anche trattarsi d’un rarissimo esempio d’arte barbarico-longobarda, anche se lo storico dell’arte Francesco Mariucci di Gubbio, avendo visionato una foto ritraente il rilievo scultoreo in narrativa, così, asuo tempo, si espresse: “Per la foto del cavaliere con falcone mi rimane difficile pensare ad uno scultore figurativo che non applica le minime regole proporzionali. Più che essere lavoro di un “primitivo”, a me sembra che è “primitivo” il metodo di lavoro”.
Se la scultura rappresentasse un Santo, si potrebbe forse pensare a San Giuliano l’ospitaliere, o l’ospitatore, patrono di Macerata, e protettore dei cacciatori, sempre raffigurato con il falco sul braccio sinistro, mentre caccia e/o trafigge un cervo, accompagnato dai suoi fidi cani … Se si guarda bene, infatti, forse si arriva ad intuire la testa d’un cervo, in basso ed a destra della lastra scolpita. Il cavallo stesso parrebbe abbassarsi con le zampe anteriori per favorire l’uccisione del cervo medesimo, con la lancia, da parte del cavaliere che lo monta …

Euro Puletti